Scopri a Berenike, antico porto sul Mar Rosso, un cimitero di 580 animali: gatti, cani e scimmie sepolti con cura 2.000 anni fa. Segno di antichi legami.
Non lontano dal Mar Rosso, tra le sabbie d’Egitto, gli archeologi hanno portato alla luce un cimitero insolito: non di persone o sovrani, ma di animali — gatti, cani, scimmie e persino vitelli. Quasi 600 sepolture che raccontano cura, affetto e lutto. Il sito si trovava nell’antico porto di Berenike, snodo cruciale per i traffici tra Egitto, India e Roma.
Berenike era una porta d’ingresso attraverso cui spezie, tessuti, gioielli — e animali — arrivavano in Egitto per poi proseguire verso il mondo romano. Da oltre un decennio, archeologi polacchi esplorano l’area attorno al porto. Negli ultimi anni, il loro lavoro ha svelato qualcosa di notevole: una piccola porzione di terreno che si è rivelata un vero e proprio cimitero per animali domestici, attivo circa duemila anni fa.
Gli archeologi hanno documentato oltre 580 sepolture. La maggior parte apparteneva a gatti, ma c’erano anche cani e circa 200 scimmie. Non erano resti abbandonati, bensì tombe a tutti gli effetti. Gli animali erano adagiati sul fianco, come addormentati, avvolti in tessuti, coperti con frammenti di coperte e accompagnati da conchiglie, pezzi di corda e cocci di anfora. Alcuni portavano un collare.
Particolarmente toccanti le sepolture delle scimmie. Questi macachi erano stati portati dall’India via mare. Venivano accuditi: curati, nutriti e forse tenuti in braccio. Le loro ossa mostrano ferite guarite, una prova silenziosa che qualcuno si è preso cura di loro con pazienza e tempo.
Di recente sono stati trovati due vitelli. Uno era stato cosparso di ocra rossa — usata nei rituali dell’epoca — mentre l’altro era parzialmente coperto con un coccio di anfora. Forse facevano parte di un rito, o forse erano semplicemente animali a cui qualcuno era legato. Gli studiosi non possono ancora dirlo con certezza, ma entrambe le sepolture appaiono attente e deliberate.
Le scimmie di Berenike non erano locali: erano importate dall’India. Questo, da solo, dice quanto fosse intensa l’attività commerciale dell’epoca. E colpisce un aspetto: animali arrivati da lontano non erano trattati come curiosità o meri simboli di ricchezza, ma come compagni, presenze vicine alla vita quotidiana delle persone.
Un dettaglio risalta: il cimitero sorgeva tra uno spazio che ricordava un tempio e una zona destinata ai rifiuti. Un incontro tra sacro e quotidiano. Per chi viveva allora, doveva essere naturale convivere con il lutto e la memoria proprio accanto al ritmo della vita di ogni giorno.
Spesso immaginiamo che l’affetto per gli animali sia un’invenzione recente, che un tempo fossero visti come oggetti o emblemi. Berenike suggerisce il contrario. Le persone stringevano legami, piangevano, salutavano e desideravano lasciare un segno — a volte in un brandello di stoffa, a volte in una conchiglia deposta vicino a una zampa, a volte in una posa quieta, come di sonno. È un promemoria semplice e potente: nelle piccole cose, spesso si nasconde la parte più umana della storia.