Scopri come gli Slavi leggevano la bufera: segni popolari, presagi meteo e spiegazioni scientifiche. Da gennaio ai villaggi, consigli per osservare la natura.
In inverno, quando fuori ulula la bufera e i fiocchi corrono in ogni direzione, sembra quasi che la natura voglia far passare un messaggio. Lo intuivano anche le generazioni di un tempo: una tormenta poteva avvertire di ciò che stava per succedere e suggerire il tempo dei giorni successivi. Questi segnali tramandati in famiglia esistono ancora oggi, soprattutto nei villaggi. Ma che cosa significava davvero una bufera per gli Slavi, come venivano letti i segni e cosa può trovarvi un lettore di oggi?
Dal punto di vista scientifico, una bufera è il vento che spinge la neve fino a rendere quasi invisibile il paesaggio. Ma nella vita rurale era molto più di vento e fiocchi: era un indizio su ciò che aspettarsi dopo. Gennaio, il mese più rigido e imprevedibile, veniva osservato con particolare attenzione.
Con il ritmo dell’inverno più lento, c’era tempo per guardare la natura da vicino. Così sono nati i segni: quando una tormenta anticipava il gelo, quando lasciava presagire un disgelo e quando, semplicemente, avvisava che l’inverno sarebbe stato lungo.
Senza previsioni da televisione o radio, ci si affidava a ciò che l’occhio sapeva cogliere. Se gli uccelli volavano bassi, arrivava la neve. Se il vento diventava tagliente e la neve frustava il viso, il gelo era vicino. E se la bufera s’alzava verso sera, si attendeva un periodo più mite.
C’erano giorni in cui, si diceva, la tormenta parlava più chiaro del solito. Se infuriava il 2 febbraio, ci si aspettava una Maslenitsa piena di neve. Si scrutava anche la luna: se la tempesta scoppiava con la luna piena, la primavera sarebbe arrivata tardi.
Non si trattava di superstizione. Il tempo decideva ogni cosa: quando seminare, quando raccogliere, quando andare a pesca. Fin da piccoli, i contadini imparavano a notare i dettagli: il comportamento degli animali, i giri del vento, il modo in cui la neve si posava. Era la loro personale rete di previsione.
Ancora oggi, con i telefoni e i bollettini a una settimana, in molti paesi si continua a guardare il cielo per decidere come vestirsi e se prepararsi a una tempesta. Quell’occhio allenato sorprende spesso per la sua precisione.
Le bufere frequenti in gennaio annunciavano una primavera nevosa. Se i passeri, durante la tormenta, si stringevano vicino alla casa, ci si aspettava un gelo severo. Contava anche l’ora del giorno: una tempesta di giorno indicava cambiamento, di notte prometteva freddo stabile.
La bufera non era solo meteo, ma quasi un personaggio di racconto. Nelle storie diventava una presenza viva — una Fanciulla della Tormenta, una donna bianca che danzava sulla neve. Si credeva che una tempesta potesse perfino spazzare via il male, soprattutto durante gli Svyatki e all’Epifania.
Se vi capita di stare in campagna d’inverno, provate a seguire il comportamento del mondo intorno. Prima della nevicata gli uccelli si fanno irrequieti; alla vigilia di una bufera, il cielo si oscura anche in pieno giorno; cambia perfino il modo in cui la neve si adagia. Da questi indizi sono nati i segni.
Molte feste invernali e ritrovi all’aperto tramandano ancora queste osservazioni popolari. Non è solo interessante: aiuta a sentire il filo che ci lega al passato, a un tempo in cui si viveva al ritmo della natura, senza elettricità né internet.
Alcuni segni hanno spiegazioni limpide: gli animali percepiscono i cambiamenti del tempo prima delle persone. Altri sono frutto di sguardo acuto e immaginazione. Anche quando un presagio non si avvera, resta comunque importante come parte della cultura e della memoria collettiva.
Una bufera è più di una nevicata: è un tratto del carattere dell’inverno, un modo con cui la natura segnala un cambiamento. I nostri antenati hanno imparato a leggere quei segnali e hanno costruito con il mondo un linguaggio tutto loro.
E quando oggi il vento urla dietro i vetri, vale la pena fermarsi ad ascoltare: forse c’è qualcosa da cogliere. Anche senza presagi, una cosa è certa: prestare attenzione alla natura ci avvicina a noi stessi e al passato che portiamo con noi.