Kintsugi e mottainai: la filosofia giapponese oltre il mito di senju

Kintsugi: la riparazione d'oro che il Giappone insegna
By Daderot - Own work, CC0, Link

Scopri il kintsugi, l'arte giapponese che evidenzia le crepe con oro. Tra mottainai e riparazione, sfatiamo il mito di senju e impariamo a non sprecare.

Ci siamo abituati a separarci dalle cose con leggerezza. Quando qualcosa si rompe, lo prendiamo come un segnale a sostituirlo: un telefono nuovo, vestiti nuovi, piatti nuovi. In Giappone, lo sguardo è diverso. Se un oggetto ha condiviso un pezzo della tua vita, l’idea è che si sia guadagnato il diritto di restare, non di finire nella spazzatura.

Capita di sentire dire che esista una parola giapponese—“senju”—che indicherebbe l’arte di rispettare i vecchi beni. Non è esatto. Il termine esiste, ma significa altro—come “mille mani” nell’iconografia religiosa o il nome di un personaggio di anime. Non c’è un significato attestato di “senju” come “rispetto per le cose vecchie”.

C’è però un’arte autenticamente giapponese che racconta con chiarezza questo approccio: il kintsugi.

Che cos’è il kintsugi?

Il kintsugi ripara le ceramiche rotte unendo i frammenti con una lacca speciale mescolata a polvere d’oro o d’argento. Invece di nascondere le crepe, le mette in evidenza. Il risultato va oltre la semplice tazza restaurata: sembra un diario d’uso—qui è scivolata, lì è stata amata. Ogni giuntura racconta ciò che l’oggetto ha attraversato.

Ma il kintsugi non riguarda solo le stoviglie. È un atteggiamento verso le cose: rotto non equivale a rovinato. Paradossalmente, la riparazione può rendere un oggetto più prezioso. Diventa unico perché porta con sé tempo e memoria.

Perché è importante

In Giappone si cerca di non buttare ciò che può ancora servire. Esiste il concetto di mottainai—il rammarico per lo spreco. Vale per tutto: cibo, vestiti, energia, persino il tempo.

Questa mentalità spinge alla cura—di sé, del mondo attorno, degli oggetti che ci accompagnano. La logica è disarmante nella sua praticità.

Il mondo se ne accorge

Oggi, sempre più persone fuori dal Giappone si interessano al kintsugi. È visivamente potente, ma il richiamo sta nel suo significato. In un’epoca in cui sostituire l’usato con il nuovo è senza sforzo, una filosofia della riparazione comincia a sembrare un valore.

Il kintsugi suggerisce che ogni oggetto possa avere una seconda vita—e magari una terza. In questa idea c’è rispetto, una saggezza quieta, e forse un indizio su come vivere in modo più semplice e onesto: non gettare via alle prime crepe.

E che dire di “senju”?

Anche se la parola “senju” non significa ciò che molti pensano, l’impulso a onorare le cose ben usate è vivo nella cultura giapponese. Ha altri nomi—e si esprime più nei gesti quotidiani che nelle definizioni.

Rammendare una tazza con una vena d’oro. Piegare con cura una camicia consumata. Non scartare—tenere. Non riguarda solo gli oggetti: è un modo di stare al mondo.