Scopri le destinazioni a rischio scomparsa: Yellowstone, Maldive, Venezia, Galápagos, Grande Barriera Corallina, Sahara, Mar Morto e Alpi. Minacce e tutele.
Il mondo è costellato di luoghi sbalorditivi che attirano milioni di persone per la loro bellezza, gli ecosistemi rari e la profondità culturale. Eppure molti di queste destinazioni vivono sotto l’ombra della scomparsa. Paradossalmente, proprio ciò che le rende irresistibili—una geografia unica e una natura fragile—le espone anche ai rischi.
Dalla grandiosità del Parco Nazionale di Yellowstone, adagiato sopra un supervulcano attivo, alle tropicali Maldive minacciate dall’innalzamento dei mari, queste mete sono in prima linea di fronte al cambiamento climatico, ai pericoli naturali e alla pressione umana. È difficile ammirarle senza avvertire quanto siano diventate precarie.
Questo articolo mette in luce i resort a rischio, perché potrebbero sparire e cosa si sta facendo per proteggerli. La perdita di luoghi come questi cambierebbe il nostro modo di guardare il pianeta. Salvaguardarli non è solo un dovere ambientale: è un modo per preservare un’eredità condivisa per chi verrà dopo di noi.

Esteso tra Wyoming, Montana e Idaho, Yellowstone attira milioni di visitatori con paesaggi sconfinati, meraviglie geotermiche e fauna abbondante. Il suo fascino, però, poggia proprio sopra uno dei più grandi supervulcani del pianeta—un rischio costante che ne plasma la storia.
La Caldera di Yellowstone è un vasto cratere vulcanico formatosi da antiche eruzioni; sotto di essa si trova una enorme camera magmatica ancora oggetto di studi attivi. Iconi come Old Faithful e le sorgenti termali dai colori cangianti sono segnali diretti di quel battito vulcanico.
Il pericolo principale è una possibile eruzione supervulcanica, con conseguenze di vasta portata: un evento del genere potrebbe devastare ampie aree dentro e attorno al parco; nubi di cenere potrebbero alterare il clima globale in una “invernata vulcanica”; anche senza eruzione, terremoti e mutamenti geotermici possono danneggiare ecosistemi e infrastrutture.
Perché la tutela conta. Yellowstone è più di una destinazione: è uno dei siti naturali più preziosi al mondo. In quanto parco nazionale protetto, è monitorato da scienziati che valutano i rischi e lavorano per ridurli. Qui la meraviglia che conquista i visitatori è inseparabile dalla vigilanza che richiede.

Disseminate nel caldo Oceano Indiano, le Maldive—26 atolli e oltre mille isole coralline—sono da sempre sinonimo di spiagge da cartolina, acque cristalline e resort lussuosi. La stessa conformazione, così bassa sul livello del mare, le rende però estremamente vulnerabili.
È il paese più basso del mondo, con isole che in media emergono di circa un metro. Solo questo dato lo colloca tra i primi a subire per intero il peso dell’innalzamento degli oceani.
La minaccia centrale arriva dal cambiamento climatico.
Innalzamento del livello del mare: gli scienziati prevedono un aumento di diversi decimetri entro la fine del secolo, sufficiente a rendere molte isole inabitabili—o a sommergerle del tutto.
Erosione costiera: l’azione incessante delle onde consuma spiagge e terreni.
Sbiancamento dei coralli: acque più calde stressano le barriere che proteggono le isole, indebolendone la difesa naturale dall’erosione.
Instabilità ecologica: gli squilibri negli ecosistemi minacciano la natura e le abitudini di vita locali.
Perché la tutela conta. Le Maldive sono insieme idillio turistico ed ecosistema fragile. Il governo punta all’adattamento—dalla costruzione di isole artificiali alla sperimentazione di iniziative sostenibili. Il messaggio è netto: la sopravvivenza dipende dalla rapidità con cui si costruirà resilienza.

Venezia—la “città sull’acqua”—è un intreccio irripetibile di 118 isole cucite da canali e ponti. Il suo patrimonio culturale e architettonico non ha eguali, e la sua ambientazione acquatica è incantata quanto precaria.
Nel Nordest d’Italia, affacciata sull’Adriatico, la città si regge su pali di legno in una laguna soggetta a maree, tempeste e subsidenza.
Le minacce principali derivano da fattori climatici e ambientali.
Innalzamento del livello del mare: il riscaldamento globale alza l’Adriatico, aumentando l’esposizione di Venezia alle inondazioni.
Subsidenza: l’abbassamento del suolo continua a far scendere la città.
Alluvioni frequenti: gli episodi di “acqua alta” si fanno più comuni e danneggiano edifici storici, ponti e monumenti.
Erosione e inquinamento: grandi navi, traffico intenso nei canali e problemi di qualità dell’acqua accelerano il degrado.
Perché la tutela conta. Sito Patrimonio Mondiale UNESCO, Venezia è insieme destinazione e simbolo. La città si muove: il progetto MOSE—barriere mobili per proteggere la laguna da mareggiate e maree; limiti al turismo, compresi tetti agli ingressi e divieto alle grandi navi da crociera; restauri continui per consolidare e salvare le strutture storiche. In gioco c’è tanto la materia quanto il significato.

Lungo la costa nord‑orientale dell’Australia, la Grande Barriera Corallina è il più vasto ecosistema corallino della Terra e un concentrato di bellezza naturale. Si estende per oltre 2.300 chilometri e comprende migliaia di reef e isole: uno spettacolo mozzafiato—sempre più fragile.
Queste acque tropicali nutrono i coralli e una ricchissima vita marina, ma l’area è esposta al riscaldamento dei mari, ai cicloni e alle variazioni del livello oceanico.
Il reef affronta minacce multiple e intrecciate:
Sbiancamento dei coralli: temperature più alte stressano i coralli, che espellono le alghe simbiotiche e impallidiscono. Oltre la metà dei coralli è già stata colpita.
Acidificazione degli oceani: l’aumento della CO₂ rende l’acqua più acida e ostacola la formazione degli scheletri corallini.
Inquinamento: il deflusso agricolo carico di fertilizzanti e sostanze chimiche degrada la qualità dell’acqua e alimenta alghe nocive.
Cicloni più frequenti: gli eventi estremi colpiscono le strutture coralline e rallentano la ripresa.
Specie invasive: la stella corona di spine si nutre dei coralli e accelera il declino.
Perché la tutela conta. Il reef è un motore biologico che sostiene innumerevoli specie marine, stabilizza gli ecosistemi oceanici e protegge le coste dalle onde.
Le azioni per difenderlo includono regole più severe sulla qualità delle acque, la riduzione delle emissioni di carbonio e interventi diretti di ripristino—dai reef artificiali alla coltivazione di coralli più resistenti allo stress da calore. Il margine d’errore si sta assottigliando.

A circa mille chilometri dalla costa dell’Ecuador, le Galápagos sono un emblema vivente di biodiversità—così particolari da contribuire alla teoria della selezione naturale di Darwin. L’isolamento ne ha forgiato la ricchezza; allo stesso tempo ne aumenta la fragilità.
Formate da attività vulcanica, comprendono 13 isole principali e molte minori. Specie endemiche—dalle tartarughe giganti e le iguane marine alle sule dai piedi azzurri—rendono l’arcipelago una calamita per i viaggiatori. Bilanciare accesso e conservazione è una prova continua.
Minacce chiave mettono a rischio quell’equilibrio:
Cambiamento climatico: acque più calde e correnti alterate sconvolgono gli ecosistemi, colpendo coralli, pesci e uccelli.
Specie invasive: animali introdotti dall’uomo, come ratti, gatti e capre, danneggiano flora e fauna native.
Turismo di massa: più visitatori significano maggiore pressione, dall’inquinamento al disturbo degli habitat.
Pesca eccessiva: la pesca illegale e quella intensiva minacciano l’equilibrio marino.
Attività vulcanica: le eruzioni in corso continuano a rimodellare gli habitat locali.
Perché la tutela conta. Le Galápagos sono un laboratorio naturale dell’evoluzione e dei processi ecologici—di valore scientifico incalcolabile e insostituibili.
I passi di protezione includono regolamentare il turismo limitando numeri e itinerari e promuovendo l’eco‑turismo; eradicare specie invasive e ripristinare gli habitat; ampliare le riserve marine per difendere le acque da pesca e inquinamento; investire nell’educazione ambientale delle comunità locali. Qui la misura è una forma di cura.

A cavallo tra Israele, Giordania e Palestina, il Mar Morto è famoso nel mondo per salinità, galleggiabilità e bellezza austera. A circa 430 metri sotto il livello del mare—il punto più basso emerso—è straordinario quanto minacciato.
Questo lago senza sbocchi è alimentato soprattutto dal fiume Giordano. Nell’arsura del clima caldo ed arido, l’evaporazione intensa supera l’afflusso. L’elevata salinità rende l’acqua quasi priva di vita mentre i minerali presenti nella salamoia sono apprezzati per usi terapeutici.
Il Mar Morto si sta ritirando rapidamente—il livello scende di circa un metro l’anno. Le cause principali:
Riduzione degli afflussi: gran parte delle acque del Giordano è deviata per agricoltura e uso civile nei paesi vicini, diminuendo l’apporto al lago.
Evaporazione intensa: il calore accelera la perdita d’acqua.
Attività economiche: l’estrazione di minerali (potassio, magnesio) mette il sistema sotto stress.
Voragini: con il ritiro dell’acqua si formano sinkhole, che rendono pericolose le aree vicine per sviluppo e turismo.
Perché la tutela conta. Il Mar Morto è rifugio naturale e riferimento culturale regionale, capace di attrarre viaggiatori e fornire minerali a medicina e cosmetica. Le risposte comprendono progetti transfrontalieri come il proposto canale Mar Rosso–Mar Morto per convogliare acqua; sforzi congiunti per ridurre i prelievi dal Giordano; regole ambientali più rigide su estrazione e turismo. Le scelte qui sono urgenti e nette.

Il Sahara—il deserto più vasto del pianeta—copre circa nove milioni di chilometri quadrati nell’Africa del Nord. Dune imponenti, oasi, antiche incisioni rupestri e paesaggi essenziali affascinano i visitatori. Eppure mutamenti climatici e attività umane stanno cambiando proprio ciò che rende la regione così distintiva.
Esteso in 11 paesi, tra cui Marocco, Algeria, Egitto e Tunisia, il Sahara è un mosaico di mari di sabbia, altipiani rocciosi, saline e oasi isolate. Con temperature che toccano i 50 °C e piogge scarse, gli ecosistemi del deserto sono fragili per definizione.
Nonostante l’aura senza tempo, ambienti e prospettive turistiche del Sahara affrontano rischi concreti:
Espansione del deserto (desertificazione): cambiamento climatico e sfruttamento eccessivo dei terreni per agricoltura e pascolo degradano i suoli e minacciano le oasi.
Piogge in evoluzione: variazioni in precipitazioni già rare mettono in pericolo le risorse idriche e la vita nelle oasi.
Erosione delle dune: vento e riscaldamento rimodellano i paesaggi simbolo.
Turismo e urbanizzazione: crescita rapida senza controlli stringenti aumenta la pressione sulle aree più delicate, in particolare attorno alle oasi.
Perdita di patrimonio culturale: le comunità tradizionali del deserto perdono risorse e sono spinte a migrare, con il rischio di smarrire modi di vita unici.
Perché la tutela conta. Il Sahara incarna una grandezza naturale e millenni di ecosistemi e culture intrecciati. Le priorità includono azioni anti‑desertificazione—ripristino dei suoli, riforestazione e pratiche agricole migliorate; turismo sostenibile che riduca la pressione sui punti sensibili; cooperazione regionale per una gestione attenta del deserto. Proteggere il Sahara riguarda le persone almeno quanto la sabbia.

Le Alpi, la catena montuosa più estesa d’Europa, attraversano Francia, Svizzera, Italia, Austria e Germania. D’inverno offrono sci e snowboard di livello mondiale; d’estate accolgono escursionisti, alpinisti e amanti della natura. Questo richiamo d’alta quota, però, dipende da un clima che sta perdendo equilibrio.
Situate nella fascia temperata e sorgente di alcuni grandi fiumi europei, le Alpi intrecciano foreste, ghiacciai e praterie d’alta quota in un parco giochi ideale—ma fondato su neve e stagioni stabili.
Le località alpine affrontano rischi climatici crescenti:
Fusione dei ghiacciai: il rapido arretramento del ghiaccio altera cicli idrologici e disponibilità d’acqua.
Meno innevamento: inverni più miti significano neve più sottile alle quote basse e stagioni sciistiche più brevi.
Pendii scoperti: senza neve affidabile, i paesaggi perdono attrattiva e subiscono più erosione.
Dipendenza dalla neve artificiale: l’innevamento richiede più energia e acqua e mette sotto pressione gli ecosistemi.
Meteo più estremo: piogge intense, valanghe e disgelo del permafrost minacciano sicurezza e infrastrutture.
Perché la tutela conta. Le Alpi non sono solo un motore turistico ma anche un regolatore climatico e idrologico per il continente. Servono scelte che puntino alla diversificazione verso un turismo tutto l’anno e a basso impatto; riforestazione, protezione dei ghiacciai e riduzione del carbonio; tecnologie più pulite per le stazioni; cooperazione transfrontaliera per affrontare le sfide del clima. Il futuro dei viaggi in quota—e delle comunità alpine—dipende da queste decisioni.