Il campo del gioco della palla a Chichén Itzá: tra riti e leggende

Scopri il colossale campo del gioco della palla a Chichén Itzá: regole del pok‑ta‑pok, acustica unica e il dibattito sui sacrifici tra vincitori e perdenti.

Tra i siti archeologici più celebri del Messico, Chichén Itzá è quasi sempre associata alla Piramide di Kukulcán, simbolo inconfondibile del mondo maya. Eppure c’è un’altra meraviglia capace di zittire i visitatori: l’immenso campo del gioco della palla, la più grande arena sportiva conservata in tutta la Mesoamerica, avvolta da mistero e leggenda. Secondo alcune credenze, qui perdere poteva costare la vita.

Il campo più grande e quei curiosi anelli sulle pareti

Il campo di Chichén Itzá è davvero colossale: misura quasi 170 metri di lunghezza, all’incirca quanto due campi da calcio messi in fila. Su entrambi i lati si alzano alte pareti, ognuna con un anello di pietra collocato a circa sei metri da terra. I giocatori cercavano di far passare una pesante palla di gomma attraverso questi anelli usando solo fianchi, gomiti e ginocchia. Mani e piedi non erano ammessi.

Più che un semplice impianto sportivo, sembra uno spazio in cui ogni dettaglio conta. Persino il suono si comporta in modo insolito: una voce all’estremità del campo arriva nitida fino all’altra. Gli studiosi ritengono che questa acustica servisse a riti e cerimonie, e viene naturale immaginare discorsi e cori scorrere lungo tutta la superficie di gioco.

Che gioco era?

Il gioco si chiamava pok‑ta‑pok. Era praticato in molte città maya, ma a Chichén Itzá la sua importanza appare evidente. La palla poteva pesare fino a quattro chilogrammi, e assorbirne l’urto col corpo non era uno scherzo. Mandarla attraverso l’anello di pietra era considerato un gesto straordinario.

Il modo in cui si svolgeva una partita resta incerto, e le regole probabilmente cambiavano da città a città. A Chichén Itzá, il gioco andava ben oltre lo svago: occupava un posto di rilievo nella religione e nella cultura e potrebbe aver simboleggiato grandi contrapposizioni cosmiche, come bene e male, giorno e notte.

Sacrificio dopo la partita: mito o realtà?

Molti hanno sentito dire che i perdenti venissero uccisi. Sulle pareti del campo compaiono scene in cui un giocatore viene decapitato. Chi fosse la vittima, però, è ancora oggetto di discussione.

Alcuni studiosi sostengono che a pagare fossero i sconfitti. Altri, al contrario, ritengono che i vincitori venissero offerti come sacrifici onorati. C’è anche chi pensa che la vittima non fosse un giocatore, ma una persona selezionata appositamente, con la partita a fare da cornice al rito.

I resti umani rinvenuti nei pressi del campo confermano che sacrifici avvenivano. Non offrono però una risposta definitiva su chi venisse sacrificato o per quale motivo. L’incertezza, se possibile, rende il luogo ancora più magnetico.

Perché il tema continua a coinvolgerci?

Oggi a Chichén Itzá nessuno gioca al pok‑ta‑pok, ma il ricordo del gioco resiste. In alcune zone del Messico c’è persino chi prova a riportarlo in vita come patrimonio culturale. Nel frattempo i ricercatori continuano a inseguire risposte: come si giocava davvero, che cosa comunicavano i rituali e chi veniva scelto per il sacrificio.

A più di un millennio di distanza, la storia di questo antico campo affascina ancora. Ricorda che lo sport un tempo poteva essere questione di vita o di morte—nel senso più letterale—e che una partita può racchiudere significati ben oltre il punteggio.