13:27 05-01-2026

I ponti viventi del Meghalaya: come nascono e perché contano

Scopri i ponti viventi del Meghalaya in India: radici vive guidate da Khasi e Jaintia, candidate all’UNESCO. Dove si trovano e perché preservarli. Oggi.

By PJeganathan - Own work, CC BY-SA 4.0, Link

Nello stato del Meghalaya, in India, tra colline rigogliose e fiumi impetuosi, esistono ponti che non sono stati costruiti: sono stati coltivati. Non è un modo di dire: sono modellati dalle radici vive degli alberi. A vederli, sembrano usciti da un racconto; eppure ci si passa sopra ogni giorno.

Che cosa sono i ponti viventi?

Questi attraversamenti sono fatti con le radici del fico elastico, un albero che emette lunghe radici aeree che possono essere guidate dove servono. Le comunità Khasi e Jaintia usano telai di bambù per indirizzarle, di solito per superare un fiume.

Servono 10, 20, persino 30 anni perché un ponte diventi davvero solido. Poi può servire per secoli, irrobustendosi di continuo. L’albero resta vivo, le radici continuano a crescere e la struttura guadagna forza con il tempo.

Dove si trovano questi ponti?

Si incontrano nei villaggi più isolati del Meghalaya, soprattutto nelle Khasi Hills e nelle Jaintia Hills. Il più noto è il ponte a due livelli di Nongriat, dove due passerelle si sovrappongono una sull’altra. Ne sono stati documentati oltre 130, e gli abitanti raccontano che probabilmente ce ne sono altri, nascosti in luoghi raggiunti da pochi.

Questi ponti non sono nati per i visitatori. Per i residenti sono infrastrutture quotidiane, soprattutto durante il monsone, quando i fiumi straripano e i ponti convenzionali spesso vengono portati via.

Cosa sta succedendo ora?

Nel 2025 le autorità statali hanno presentato la candidatura per inserire i ponti viventi nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Un riconoscimento che ne renderebbe più semplice la tutela. Il Meghalaya ha inoltre modificato le leggi statali affinché questi siti possano essere riconosciuti formalmente come patrimonio vivente.

Inoltre, lo Stato ha candidato i ponti a un premio internazionale dell’UNESCO per la salvaguardia delle tradizioni culturali. L’obiettivo è evidenziare che non sono una rarità estemporanea, ma una parte essenziale della cultura e dell’ambiente della regione.

Perché è interessante e importante

I ponti viventi non danneggiano la natura. Anzi, aiutano a mantenere integre le sponde dei fiumi e non richiedono cemento, metalli o macchine. Sono modellati a partire da ciò che è già lì, con attenzione agli alberi e al paesaggio circostante.

Il sapere su come far crescere un ponte passa dagli anziani alle nuove generazioni. Non esistono progetti su carta: contano l’esperienza e l’osservazione ravvicinata. Colpisce la semplicità del metodo: è un esempio limpido di collaborazione con la natura, non di contrapposizione.

Eppure le tradizioni si affievoliscono. I giovani si trasferiscono in città e i praticanti più esperti stanno scomparendo. Ecco perché conta accorgersi in tempo di questi ponti, preservarli e raccontarli al mondo. Suggeriscono, in silenzio, che la pazienza può diventare una forma di infrastruttura.

Che cosa ci aspetta adesso?

Se l’UNESCO riconoscerà i ponti come patrimonio, sarà più facile tutelare la tradizione e attirare sostegno. Potrebbe favorire un insegnamento più attivo dell’arte e un interesse più ampio.

Oggi, mentre il mondo cerca modi di vivere più sostenibili, questi ponti sono più di una curiosità. Mostrano come costruire senza distruggere e come vivere in sintonia con la natura.